mercoledì 28 novembre 2012

Ogni giorno le quasi-infermiere rischiano la vita...

... Ma no, non in ospedale: sulle scale dell'università!
Martedì, ore 12,00, università di Imperia. Tempo da lupi: pioggia scrosciante e freddo che attraversava le ossa.
Approfittando della pausa di 2 ore, ho deciso di andare in copisteria a far le fotocopie dell'enorme plico lasciato dalla professoressa poco prima.
Mi sono armata di fogli e di ombrello e mi sono avventurata fuori dall'aula, sotto al remake del Diluvio Universale.

Uno dei privilegi (ammesso si possa definire tale) dell'essere al terzo anno è quello di fare lezione in un aula un po' più calda delle altre (questa è la vera selezione attuata dall'università italiana: solo chi resiste al freddo glaciale dei primi due anni ha il diritto di proseguire gli studi e di provare la splendida sensazione di sentirsi le dita dei piedi quando segue le lezioni); suddetta aula si trova però al primo piano, al contrario delle altre situate tutte al piano terra.
Per potervi arrivare esistono due opzioni... o meglio, una sola: le scale. Però le scale sono due e quindi anche le opzioni raddoppiano: scala interna o scala esterna.
Già da qui il lettore potrà intuire la finezza del mio pensiero nello scegliere, in una giornata in cui scendeva dal cielo più acqua di quanta ce ne sia nel mare, l'opzione esterna invece di passare da dentro.
Il perché non ha motivo di essere domandato. Non esiste.

Facendo bene attenzione a tenere tutto il plico di fogli sotto l'ombrello, mi sono avviata verso la scala, più preoccupata di fare in fretta che non di dove stessi mettendo i piedi.
Dimenticavo di dire che la scala ha una caratteristica a prima vista insignificante, ma che per il nostro racconto diventa di fondamentale importanza: è di metallo.
Vi siete mai chiesti cosa succede a una scala di metallo quando viene inondata da un'enorme quantita di acqua?
Appena appoggiato il piede sul primo gradino, ho perso immediatamente aderenza e ho iniziato a slittare, scivolare, dimenarmi, agitarmi, sgambettare e roteare le braccia che manco una con un attacco epilettico.
Pensavo: "Non devo cadere! Non devo cadere!" e intanto facevo mille disperati tentativi per fermarmi e trovare un punto di appoggio sicuro.
In questo modo ho fatto una decina di gradini. A quel punto ero arrivata a metà scala e, per miracolo, mi sono fermata. Non credevo alla mia fortuna! Mi sono tranquillizzata, ho ringraziato il cielo di essere ancora intera e ho fatto un nuovo passo nella mia discesa...
E a quel punto sono scivolata di nuovo, ricominciando il balletto di poco prima, convinta però che questa volta non sarebbe andata altrettanto bene, perché la mia dose di fortuna me l'ero già giocata tutta!
Il mio Angelo Custode però, che deve essere uno di quelli Super, di quelli per persone particolari poverine, che hanno tanto, tanto bisogno di aiuto e per cui ci vuole tanta, tanta pazienza (sob!), è entrato in azione e io sono arrivata in fondo alla scala rimanendo in piedi e senza nessuna contusione di grave entità.
Unico inconveniente: proprio sull'ultimo gradino, a un passo dalla mia salvezza, nel tentativo di mantenere l'equilibrio utilizzando anche le braccia, il mio cervello ha completamente dimenticato (questione di sopravvivenza!) che le mie mani stavano stringendo un enorme plico di fogli, i quali sono volati in mezzo alla pioggia atterrando sulle pozzanghere e inzuppandosi tutti.
Sono arrivata in copisteria che ancora tremavo per lo spavento e quando ho consegnato la carta gocciolante al commesso, questo mi ha guardata interdetto, ma molto gentilmente non ha posto domande.
Ovviamente, al mio ritorno, mi sono guardata bene dal rifare le stesse scale, anzi: credo che per un po' si dovranno dimenticare delle mie suole.

Credevo che il rischio maggiore, per un'infermiera, fossero le infezioni contratte sul luogo di lavoro: questo ovviamente prima di conoscere il grado di letalità dei gradini scivolosi durante un temporale!